Pietro Porcinai: il lavoro di un paesaggista tra tradizione e modernità

Luigi Latini – Architetto del Paesaggio – Università di Venezia
(1) Ragionare sul lavoro di Porcinai oggi significa raccogliere l’eredità di un metodo di lavoro che si sviluppa negli anni cruciali del secolo della modernità, senza voltar le spalle alla tradizione del giardino italiano, e sperimentando al tempo stesso linguaggi nuovi aggiornati ai cambiamenti in atto. Siamo quindi di fronte a un contributo indispensabile per chiunque voglia discutere sull’identità e le prospettive del progetto di un “giardino italiano” nel mondo contemporaneo. La lettura della ricca documentazione conservata nell’archivio fiesolano di Porcinai ci offre l’opportunità di entrare nei congegni di una macchina progettuale che ci mostra l’intreccio delle conoscenze tecniche, l’architettura delle relazioni professionali, i necessari percorsi auto-promozionali, la fatica di mettere a frutto i molti apporti interdisciplinari che segna l’esperienza del paesaggista fiorentino. Guardare al lavoro di Porcinai in questa prospettiva significa dunque entrare nel vivo di una discussione, ancora in corso, sulla formazione, sulla riconoscibilità e sulla qualità di lavoro della figura professionale del paesaggista nella cultura italiana. L’esame dell’iter progettuale letto attraverso la molteplicità dei documenti che lo accompagnano ci è sembrato più che mai utile, specialmente oggi che abbiamo visto in Italia un risveglio di interesse e un corrispondente fervore editoriale che ci ha inondato di libri sul giardino che molto raramente si preoccupano di svelare i meccanismi professionali e le ragioni culturali che permettono di portare e compimento un progetto. Visto attraverso la documentazione conservata in archivio, il giardino di Porcinai si rivela come documento tangibile, espressione di un tempo e di un luogo, verso il quale converge l’attenzione di molti soggetti, non solo quella di un geniale designer in cerca di imprimere la propria cifra stilistica. Da queste considerazioni emerge l’idea di offrire una sintesi del lavoro di Porcinai, della sua sensibilità verso la storia e il suo tempo, partendo quattro luoghi del giardino moderno. Quattro progetti – la villa I Collazzi, la fabbrica Olivetti, il podere L’Apparita e casa Theobald – rappresentativi di un lungo arco temporale e di uno spazio geografico che in Porcinai oscilla tra nord e sud, tra l’appartenenza a una cultura mediterranea e il necessario confronto con i paesi d’oltralpe. Orizzonti all’interno dei quali il progetto immagina forme e stili di vita diversi, dal golfo di Napoli alla collina toscana, sino alla scena domestica di un paesaggio che cresce dentro i confini di un giardino suburbano tedesco. Realizzato tra il 1938 e il 1941, il lavoro di Porcinai per la villa I Collazzi (Firenze,) può esser letto come un esercizio sull’arte del sottrarre, un’esperienza che alla fine di un serrato scambio di idee tra committenti e progettista conduce a un risultato di sorprendente sintesi e, forse, non ancora cosciente modernità. La qualità e l’interesse del risultato conseguito sono comprensibili ripercorrendo le tappe di questo dialogo, attraverso la sequenza di progetti, il carteggio e la documentazione fotografica che l’archivio ci restituisce.

1 Questo scritto prende spunto dal mio recente contributo “Tra archivio e giardino: percorsi di lettura del lavoro di un paesaggista del XX secolo, in Natura, scienza, architettura”. L’eclettismo nell’opera di Pietro Porcinai, a cura di Tiziana Grifoni, Polistampa, Firenze 2006, pp. 143-155, al quale si rimanda per i richiami bibliografici ed archivistici. Vi confluiscono inoltre idee che hanno avuto origine dalla ricerca d’archivio che precedette la mostra Pietro Porcinai (1910-1986). Il lavoro di un paesaggista italiano nelle immagini e nei disegni dell’archivio fiesolano, a cura di Luigi Latini, Tessa Matteini e Marco Cei, Colonia, Istituto Italiano di Cultura, 3 marzo – 13 aprile 2004.

Alla fine degli anni Trenta, Porcinai viene coinvolto per sistemare un’ala del giardino, ai piedi di un imponente edificio cinquecentesco posto sulla sommità di un colle a sud di Firenze. A ridosso della maestosa cortina di cipressi che accompagna il viale di accesso alla villa, si decide l’inserimento di una piscina e la creazione di un piano nel luogo dove una scarpata con una vigna si apriva verso Mezzogiorno. I pochi elementi che egli è chiamato a inventare vanno nella direzione di una sottile interpretazione del luogo piuttosto che in quella di una imposizione di nuove forme: disegnare il volto della superficie specchiante dell’acqua, dare un margine e una tessitura al prato, stabilire la giusta misura tra il nuovo intervento, il paesaggio attorno e la mole massiccia dell’edificio. La vicenda dei Collazzi ci permette di capire l’importanza che in questi anni i committenti rivestono nella formazione professionale di Porcinai. Non ancora trentenne, al momento di sviluppare un progetto che deve confrontare con il rigore classico della villa, Porcinai, sollecitato dal gusto e dalle esigenze dei proprietari, affina un metodo di lavoro che procede attraverso progressive sottrazioni e che si dirige verso una estetica nuova. Gli elementi del giardino classico – in questo caso la vasca centrale, o il “boschetto sacro” – si manifestano in forme moderne, all’interno di una nuova organica unità. Tra il 1952 e il 1954, la collaborazione di Porcinai al progetto della fabbrica Olivetti a Pozzuoli ci illustra in modo straordinario lo spessore di un lavoro professionale ormai aggiornato alle più importanti acquisizioni della cultura europea in questo campo. Ma soprattutto ci mostra lo svolgimento di un pensiero sulle possibilità di esprimere, con l’arte e la tecnica del paesaggio, i significati e le esigenze di vita di una società in rapida trasformazione. Ipotesi come quella, ad esempio, di introdurre nella fabbrica “il pioppo con la vite a festoni” per schermare le pareti vetrate esposte sono attestato di una discussione avvenuta sull’evocazione di un paesaggio storico alle soglie di un’era di distruzioni senza precedenti, ma anche di una sfida comune, lanciata sulla possibilità di trovare un punto di equilibrio tra architettura moderna, nuove esigenze funzionali, peculiarità ambientali e bellezza del paesaggio. Il dialogo tra committenza e progettisti si dispiega in questo caso sul filo di una collaborazione che s’instaura tra Luigi Cosenza, ingegnere napoletano, il paesaggista fiorentino e Adriano Olivetti, figura chiave della cultura architettonica e dell’urbanistica italiana del Dopoguerra il quale, nel 1952, decide il trasferimento a sud di una parte della produzione degli stabilimenti di Ivrea. L’idea di unità architettura-paesaggio presente nella pratica e nella poetica di Cosenza e il senso di mediterraneità che pervade il suo lavoro, si nutrono qui del dialogo e della collaborazione con il paesaggista fiorentino. In questo contesto, il complesso
degli spazi aperti progettati da Porcinai riesce a coniugare nuove esigenze di vita, dignità per le condizioni di chi lavora, attenzioni agli aspetti di salvaguardia ambientale, equilibri ecologici e rispetto per la storia, con interventi che dialogano in modo critico con il paesaggio nel quale si inserisce l’architettura di Cosenza: un edificio industriale che appare adagiato su un pendio, immerso in una vegetazione di pini e carrubi che il progetto di Porcinai coinvolge ed arricchisce nella sua articolazione. Alle porte di Siena, nel podere dell’Apparita, tra il 1966 e il 1970 Porcinai costruisce un giardino dove un terreno si adagia nel cuore di un paesaggio essenziale, con piccole strade tortuose che si aggirano fra case e borghi, calanchi, cipressi e campi coltivati. L’attenta campagna di fotografie aeree scattate prima dei lavori ci documenta le modalità di un metodo di lavoro attento, ma soprattutto un interesse a capire profondamente la struttura del paesaggio all’interno del quale si deve operare, con un atteggiamento di rispetto che permette di trasformare i pochi elementi esistenti in un paesaggio nuovo che ci porta a una migliore comprensione dell’anima dello stesso paesaggio storico. La nuova sistemazione dell’Apparita prevede movimenti di terra per ottenere superfici che si richiamano alle forme ondulate del paesaggio, mentre un nuovo percorso di accesso alla casa viene risolto in un solco profondo realizzato con raffinate tecniche di ingegneria naturalistica. Il giardino di Porcinai registra i dati essenziali di un paesaggio rarefatto, fatto di lievi colline, del solco improvviso dei calanchi, con strade di crinale e rada vegetazione. Tutto questo entra nel giardino ed ogni elemento costruito – il teatro, un percorso sospeso, la loggia della casa – diventa un meccanismo della visione, orientata al respiro più ampio dell’immagine di Siena che emerge dal profilo nudo delle colline. La familiarità di Porcinai con la storia appare visibile anche in progetti apparentemente lontani, pervasi da un’estetica moderma. Il ricco carteggio, i disegni e le fotografie scattate da Karl Bühler a lavori conclusi, ci permettono oggi di “entrare” nel giardino della famiglia Theobald a Colonia (1961-1964) oggi completamente perduto. Un progetto esemplare, che si sviluppa in un arco di tempo che va dal 1961 al 1964, lungo un percorso che vede il coinvolgimento di importanti figure e registra il passaggio di eventi che emergono dall’orizzonte internazionale che caratterizza questo lavoro: artisti e maestranze italiani, tecnici come, ad esempio, Vladimir Todorovski della società Rudolph Wendel per l’illuminazione, vivaisti italiani e tedeschi di prim’ordine. La perfetta riuscita di questo giardino pare essere condizionata proprio da questo respiro internazionale, nel quale interagiscono la sensibilità e la competenza tecnica dei committenti e dei tecnici locali, il carisma di Porcinai e la sua profonda competenza per le questione esecutive, non solo artistiche, la comune passione per la soluzione di problemi tecnici e tecnologici. Nella versione definitiva del giardino, grandi lastre di pietra disegnano motivi lineari e spezzati, che accompagnano un disegno geometrico e “modernissimo” formato da superfici disposte su quote diverse: superfici tese, fatte di acqua, prato, teak e lastricato, contrapposte al volume irregolare degli arbusti, alle quinte arboree, al gioco mutevole delle molte piante acquatiche presenti. Un risultato che ci appare più che mai vicino alle forme del giardino moderno, ma che non si spiegherebbe senza conoscere la familiarità di Porcinai con il “giardino italiano”, e la sua spiccata capacità di ripercorrerne i contenuti e gli spazi con linguaggi nuovi. La memoria personale, ancora viva, del parterre d’eau della Gamberaia trova, qui a Colonia, un’ulteriore espressione, questa volta tradotta in forme che accompagnano le esigenze di comfort e bellezza di una famiglia tedesca del suo tempo. Partendo dalla gamma dei molti ambiti attraversati dal paesaggista fiorentino e dal metodo di lavoro maturato, potremmo mettere in luce alcuni tratti distintivi che, ancora oggi, corrispondono ai temi imprescindibili di una seria riflessione sul progetto di paesaggio in Italia. Sicuramente possiamo evidenziare tra questi la profonda conoscenza e le capacità di ascolto di un luogo, come la passione per le sfide tecniche che rendono possibile la compiutezza di un progetto pensato nel suo divenire; oppure l’attenzione alla qualità della vita dei destinatari di un paesaggio progettato, qualità che non si riduce a standard funzionali, ma tiene conto della piacevolezza di un ambiente e della sua capacità di stimolare un’esperienza estetica. Ma più d’ogni altra cosa appare interessante la curiosità intellettuale e il desiderio di scambiare e condividere conoscenze che è fattore chiave della maturazione professionale di Porcinai. Conoscenze che, riportate sul campo, diventano strumenti di lettura e approfondimento critico delle peculiarità di un luogo, diversamente da quanto avviene oggi, in tempi di frequenti atteggiamenti di gregarietà ed emulazione di esperienze maturate da colleghi stranieri. Chiunque oggi si interessi alla cultura del giardino moderno s’imbatte in Porcinai per via di quella fitta rete di relazioni che egli instaurò con in maestri del suo tempo. È da questo travaso di conoscenze che nasce, con Porcinai, un raro esperimento di rinnovamento della cultura del giardino italiano che, nell’arco del secolo scorso, si colloca nel vuoto che persiste tra i nostalgici richiami degli anni Trenta e l’innegabile fervore che caratterizza la rinata curiosità per il progetto negli anni Ottanta-Novanta.

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