L’ORTO SCOLASTICO: UN GIARDINO DEL NOSTRO TEMPO

Pia Pera
Il giardino maggiormente in grado di rispondere ai bisogni del nostro tempo potrebbe essere proprio l’orto-giardino della scuola. Quel luogo dove far maturare le persone che si prenderanno un giorno cura del giardino planetario, per citare l’efficace formula di Gilles Clément. Nell’orto-giardino di scuola possiamo sanare una ferita,riconnettere l’uomo alla natura nel senso primario del termine, di corpo a corpo in cui l’uomo coltiva le piante e il paesaggio da cui trae nutrimento, in tutti i sensi, fisico ed emotivo. Gardens are for people, recitava mezzo secolo fa il titolo del paesaggista californiano Thomas Dolliver Church. Potremmo, oggi, ribaltare: le persone sono ciò di cui il giardino, divenuto planetario, non può fare a meno. People are for gardens. Torniamo allora a riflettere un momento sul termine degli antichi greci per designare la natura: physis, significava processo di crescita e venuta al mondo, non qualcosa di reificato o divinizzato, ma un movimento che coinvolge anche gli umani, qualcosa su cui riflettere adesso che pare più che mai necessario tornare alla radice del nostro antico cercare, tra le piante, la vita. Vita, quindi energia per alimentarla, cibo ottenuto instaurando una relazione attenta, partecipe e vitale col mondo. Ciò, tuttavia, sarà possibile a patto di risvegliare il gusto di prendersi cura della terra e di ciò che vi cresce, di riattivare facoltà cognitive andate perdute dopo una troppo lunga stagione di vera e propria guerra all’orto, alle campagne, ai contadini. Credo sia questa consapevolezza a ispirare il rinnovato interesse per gli orti, anche nelle situazioni più impensate: sui tetti, sui balconi di grattacieli, in verticale. Oppure in nuove declinazioni: orto scolastico e sociale ma anche terapeutico o carcerario. All’orto non si torna soltanto per procurarsi cibo, ma per ristabilire, in ambienti dominati quasi esclusivamente dall’inorganico, una qualche nozione di cosa sia la materia viva, oltre che per recuperare un sapere centrale alla civiltà scaturita, nel bene e nel male, dal neolitico. In tutto il mondo stanno nascendo gruppi di persone decise a prendersi cura in prima persona del luogo in cui vivono. Questo è sintomatico del fermento, all’interno delle città, tra persone che, intorno al gesto di coltivare ortaggi o altro, vedono entrare in gioco una posta di portata più vasta., che riguarda il significato stesso di cittadinanza. Gli interventi minimi, spontanei e personali nelle aiuole abbandonate, negli incolti, esprimono forme elementari di partecipazione, una riappropriazione possibile, anche soltanto simbolica, dello spazio pubblico. Al di là delle mode, potremo salutare un risultato duraturo il giorno in cui anche nei paesi vedremo cittadini pronti ad assumere il governo del territorio, con semplici indispensabili gesti necessari a preservare il lavoro svolto dalle generazioni quando ancora esisteva una cultura degli usi comuni. Pulire fossi e margini stradali per evitare di inondazioni, riparare muretti a secco al primo sasso caduto per prevenire frane. Non sono forse, questi muretti a secco, mirabili giardini verticali, serbatoi di biodiversità?Il giardino del nostro tempo esula dai confini consueti: “Planetario” esige che se ne prenda cura ciascun terrestre. Per questo è fondamentale l’attività di quei maestri illuminati che decidono di iniziare i bambini, oltre che alle materie tradizionali, all’abc della natura: realizzando un orto a scuola. Dove, se non a scuola, possiamo coltivare le persone di cui i giardini, pubblici e privati, hanno bisogno? L’investimento culturale in orti scolastici è uno dei più lungimiranti del nostro tempo.

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