L’inserimento paesaggistico

La modificazione del paesaggio attraverso la realizzazione di una nuova opera è uno dei temi più frequentati nell’attività del paesaggista. Gli esiti possono essere antitetici: alterazione e dequalificazione oppure opportunità. Fra gli ambiti più suggestivi dell’architettura del paesaggio l’inserimento paesaggistico è di certo il più intrigante e qualificante. Modificare il paesaggio è il nostro lavoro, conservare il paesaggio è il nostro lavoro. In questa affermazione apparentemente contraddittoria sta l’essenza della disciplina paesaggistica. Il primo concetto base che in-segniamo ai nostri studenti è capire gli elementi strutturanti un paesaggio e da qui individuare le modalità per trasformarlo senza alterarne i connotati. Modificare il paesaggio è anche aggiungere un elemento estraneo. Certamente modificavano il paesaggio i muretti a secco che i vecchi contadini costruivano nelle nostre campagne, ma era ancor più modificazione la costruzione di una casa colonica. Oggi nessuno si permetterebbe di gridare allo scandalo, alla deturpazione del paesaggio per una casa colonica del ‘700 o dell’800, mentre le recenti villette ci appaiono un’insopportabile intrusione. Dove sta la differenza tra l’antica casa colonica del contadino e la recente villetta a firma di un architetto o di un geometra? La casa del contadino dialogava in perfetta armonia con il paesaggio, era perfettamente inserita, addirittura il materiale stesso con la quale veniva costruita era estratto da quel paesaggio, mente gli interventi di oggi sono estranei al paesaggio: sembra che parlino un’altra lingua, spesso banale ed intrusiva. Quando vediamo un edificio contemporaneo in perfetta sintonia con il paesaggio rimaniamo stupiti, spesso sorpresi, perché pochi progettisti si pongono il problema che l’addizione di un nuovo elemento deve essere discreta, quasi sottovoce. Spesso gli architetti presuntuosi hanno l’ambizione di lasciare il proprio segno. Ovviamente non tutti gli architetti scelgono questa strada: c’è chi, consapevole di mettere mano a pezzi di storia del paesaggio, si limita ad interventi attenti, silenziosi ben inseriti nel paesaggio. Abbiamo tanti esempi in questo senso e qui mi limito a segnalare uno degli ultimi casi che mi è capitato di apprezzare: la Cantina Antinori recentemente realizzata nel Chianti dallo studio di Marco Casamonti (Archea Associati), dove l’obiettivo principale era quello di far assorbire la sua presenza nel paesaggio, pur essendo un’architettura di ottima fattura. Certamente il progresso tecnologico non è stato amico del paesaggio, per la realizzazione non solo di edifici del tutto estranei ai contesto, ma anche di infrastrutture viarie che prima – per difficoltà tecnica – seguivano l’orografia. Le vecchie strade o ferrovie sono perfettamente inserite senza studi di impatto paesaggistico. Ora invece è possibile fare di tutto. E quello che poteva essere un’opportunità è oggi una iattura! Per evitare questo disastro sono state studiate metodologie, approvate norme. Queste regole, queste leggi ci mettono la coscienza a posto, ma basterà darle in mano a qualche sciatto progettista e costui ci restituirà un progetto insulso e banale, forse poco devastante, ma di scarsa qualità e di certo sempre dannoso per il paesaggio. L’inserimento paesaggistico nasce da una profonda cultura e sensibilità paesaggistica che possiede solo chi si è nutrito di paesaggio, che ne conosce le regole, l’evoluzione, la struttura, le componenti, che sa leggerlo ed interpretarlo. Chi possiede queste conoscenze coniugate con intelligenza e sensibilità può concedersi ogni tipo di intervento. Chi avrebbe oggi il coraggio dì costruire come Frank Lloyd Wright una casa su una cascata? Quel genio del secolo scorso si c cimentato in questa impresa ed ha fatto un capolavoro, ma quale funzionario pubblico oggi avrebbe il coraggio di autorizzare un’opera del genere? Poi sulla base di quali indicazioni? Gira nel web una divertente immagine della casa sulla cascata come è stata realizzata e come sarebbe stata rispettando delle ipotetiche norme! L’inserimento paesaggistico nasce da una profonda cultura e sensibilità paesaggistica che possiede solo chi si è nutrito di paesaggio, che ne conosce le regole, l’evoluzione, la struttura, le componenti, che sa leggerlo ed interpretarlo. Ma non bisogna essere pessimisti. Buone pratiche esistono. Inserimenti paesaggistici di alto livello sono a volte sotto i nostri occhi, ma sono esempi rari, anzi rarissimi. E quando accadono si trasformano in veri e propri elementi di riqualificazione del paesaggio, di implementazione della sua attrattività. Un caso eccezionale è ad esempio il viadotto di Foster di Millau in Francia, che è oggi un’opera d’arte che ha reso un paesaggio non particolarmente attrattivo meta di turismo. Così come la bellissima stazione di Calatrava a Reggio Emilia nel cuore della pianura padana. Opere d’arte che contribuiscono alla qualità paesaggistica di un territorio. Ovviamente noi paesaggisti tendenzialmente, quando parliamo di inserimento, pensiamo ad integrare elementi estranei nel paesaggio attraverso il nostro inter-vento, poiché i progettisti rare volte danno vita ad opere di alta qualità che dialogano con il paesaggio, o per ragioni economiche, le opere sopra citate sono costosissime, o talvolta per pigrizia ed insipienza. A questo punto i paesaggisti ricorrono all’inserimento “tout court” cioè cerchiamo di integrare queste nuove opere alle trame paesaggistiche esistenti, talvolta anche concedendoci qualche operazione di mimesi, che accettiamo con sempre maggiore riluttanza, frutto di un intervento paesaggistico ex-post, cioè dopo che tutto è stato deciso se non addirittura realizzato. Per fortuna le recenti leggi in molti casi impongono la presentazione del progetto paesaggistico contemporaneamente al progetto dell’opera stessa. Ad esempio sull’inserimento paesaggistico delle nuove strade c’è una ricca casistica e bibliografia. Gli approcci sono i più disparati. Basta dare una veloce scorsa ai due numeri monografici che Architettura del paesaggio ha dedicato a questi argomenti.'”‘ L’inserimento di autostrade, strade e ferrovie è fra i temi più frequentati dai paesaggisti: esistono opere che per qualità ci lasciano sbigottiti per le felici intuizione che hanno prodotto, dimostrazione tangibile che modificare il paesaggio non è sempre alterazione, ma può esser un’occasione. Citiamo qui altri due famosissimi esempi a livello europeo: l’A19 francese, opera a firma di Bernard Lassus e la Northala Fields (fra Londra e Fishguard) di Di Fink e Marcko. ” L’opera di Lassus è la prima “eco-autostrada” di Francia, responsabile nel rispetto dell’ambiente, delle risorse idriche e della biodiversità, più sicura per i fruitori e per gli addetti alla manutenzione, più conviviale verso il territorio che attraversa ed i suoi abitanti”^. Limido). Il secondo intervento nasce come difesa acustica e visiva di un piccolo centro abitato che viene lambito da un’autostrada: i movimenti di terra necessari per difendere il piccolo nucleo si trasformano in una teoria di campi gioco che i progettisti hanno utilizzato per costruire “un paesaggio di riferimento per gli automobilisti, ma altresì una fascia protettiva per minimizzare gli impatti della vicina infrastruttura e un sistema di connessioni fra due ambiti estremamente differenziati.” (T. Matteini). Queste brevi note credo che siano sufficienti per dimostrare come l’inserimento paesaggistico non è un obbligo burocratico che le leggi ci impongono ma l’occasione per migliorare il nostro paesaggio o quanto meno per non alterarlo.
Ci riferiamo ai due numeri monografici di Architettura del Paesaggio il n. 22/2010 e il n.31/2015.

Articolo pubblicato sulla rivista “Lineaverde” (gen/feb 2017) da Biagio Guccione

L’inserimento paesaggistico

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